Una caduta, una richiesta di risarcimento e una questione decisiva

Una recente vicenda seguita dal nostro Studio, conclusasi con una decisione favorevole del Tribunale di Vicenza, ci permette di approfondire una questione tutt’altro che scontata: quando una caduta dà realmente diritto al risarcimento del danno?

La vicenda riguarda una persona che, mentre stava per entrare in un supermercato, cadeva nell’area esterna antistante l’esercizio commerciale, riportando una frattura al polso e conseguenze sulla propria vita quotidiana e lavorativa.

Secondo la ricostruzione proposta, la caduta sarebbe stata provocata dalle irregolarità della pavimentazione. Per questo motivo, veniva richiesto il risarcimento dei danni sia alla società proprietaria dell’area sia a quella che gestiva il supermercato.

La questione arrivava davanti al Tribunale di Vicenza, dove il nostro Studio assisteva una delle società convenute.

Il punto centrale non era soltanto stabilire se la caduta fosse effettivamente avvenuta, ma rispondere a una domanda ben più importante: era possibile dimostrare che fosse stata proprio la pavimentazione a provocarla?

Con sentenza del 13 ottobre 2026, il Tribunale ha rigettato la domanda risarcitoria, ritenendo che tale collegamento non fosse stato adeguatamente dimostrato.

Ed è proprio qui che entra in gioco il diritto.

Chi custodisce una cosa è sempre responsabile dei danni?

Il riferimento normativo è l’art. 2051 del Codice civile, che disciplina la responsabilità per i danni cagionati dalle cose in custodia.

In parole semplici, chi ha il controllo di un bene può essere chiamato a rispondere dei danni che quel bene provoca. È il principio che può venire in rilievo, ad esempio, in caso di cadute su pavimentazioni dissestate, scale, marciapiedi o altre superfici.

Attenzione, però: essere responsabili della custodia di un’area non significa dover risarcire chiunque vi cada.

La responsabilità prevista dalla norma ha natura oggettiva: non è necessario dimostrare una specifica colpa del custode. Ma questo non elimina un passaggio fondamentale.

Chi chiede il risarcimento deve provare che il danno sia stato causato proprio dalla cosa in custodia. Soltanto dopo aver dimostrato questo collegamento spetta al custode provare l’eventuale caso fortuito, cioè un fattore idoneo a interrompere il nesso causale.

Il dettaglio che può cambiare tutto: come è avvenuta la caduta?

Torniamo al nostro caso.

Le fotografie prodotte in giudizio non mostravano il grave dissesto della pavimentazione descritto nella richiesta di risarcimento, ma soltanto una lieve inclinazione o una modesta ondulazione del piano di calpestio.

Quanto alle prove testimoniali, il Tribunale ha esaminato una dichiarazione scritta del marito della danneggiata, presente al momento dell’accaduto. Questi aveva riferito di aver visto la moglie cadere a terra, di averla soccorsa e accompagnata al Pronto Soccorso, descrivendo la pavimentazione come gravemente sconnessa.

Tale dichiarazione, tuttavia, non precisava che il marito avesse visto il piede della donna entrare in contatto con una buca, una sconnessione, un dislivello o una specifica asperità della superficie. La dichiarazione consentiva quindi di confermare la caduta, ma non di ricostruirne il concreto meccanismo.

Il Tribunale ha inoltre rilevato che i capitoli di prova orale proposti non erano idonei a chiarire questo aspetto: avrebbero potuto confermare la presenza del marito, la caduta e il luogo in cui si era verificata, ma non avrebbero consentito di accertare l’interazione tra il piede della donna e la pavimentazione. La prova orale non è stata pertanto assunta.

Ecco il punto: sapere che una persona è caduta non equivale a sapere perché è caduta.

Nemmeno le lesioni riportate, pur documentate dal punto di vista medico, potevano risolvere questo problema. I referti dimostravano le conseguenze della caduta, ma non individuavano la causa materiale dell’incidente.

Per il Tribunale, dunque, mancava la prova decisiva: quella del nesso causale tra le condizioni della pavimentazione e il danno.

La domanda risarcitoria è stata pertanto rigettata e la parte attrice è stata condannata a rifondere le spese legali alle due società convenute.

Che cosa ci insegna questa sentenza?

La vicenda ci ricorda tre principi fondamentali.

1. Il danno, da solo, non basta. Aver riportato una lesione non dimostra automaticamente che ne debba rispondere il proprietario o il custode del luogo in cui è avvenuta la caduta.

2. La dinamica dell’incidente conta. È essenziale ricostruire, attraverso prove concrete, come si sia verificato l’evento e quale ruolo abbiano avuto le condizioni della cosa.

3. La responsabilità oggettiva non è responsabilità automatica. L’art. 2051 c.c. agevola il danneggiato sotto il profilo della prova della colpa, ma non lo esonera dall’onere di dimostrare il collegamento causale tra la cosa e il danno.

Questo non significa che una caduta debba necessariamente essere documentata da un testimone che abbia visto ogni singolo movimento: la prova può essere fornita anche attraverso altri elementi, purché consentano di ricostruire adeguatamente la dinamica e il rapporto causale.

Il principio da ricordare

Una caduta può avere conseguenze anche molto serie. Ma, quando si chiede un risarcimento, non è sufficiente individuare un’irregolarità nel luogo dell’incidente: occorre dimostrare che proprio quella irregolarità abbia provocato il danno.

È su questa distinzione che si è concentrata la difesa svolta dal nostro Studio, che ha portato a un esito favorevole per la società assistita.

In una causa risarcitoria, la differenza non la fa soltanto ciò che è accaduto, ma anche ciò che si riesce a dimostrare in giudizio.